Distruzioni esistenziali PDF

Tra il 2016 e il distruzioni esistenziali PDF le sue opere sono state aggiunte alla lista dei siti patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. Nella motivazione si legge che gli edifici scelti sono una testimonianza dell’invenzione di un nuovo linguaggio architettonico che segna una rottura con il passato. L’origine di questo è largamente documentata.


Författare: Emanuele Renzoni.

Dato che Ozenfant per realizzare il proprio pseudonimo aveva preso spunto dal cognome materno, consigliò a Jeanneret di fare altrettanto: questi non poté ascoltare il suo consiglio poiché aveva compiuto i propri studi nello studio di Auguste Perret, che condivideva per ragioni assolutamente fortuite il cognome della madre. Il vero mestiere del padre, tuttavia, era quello di smaltatore di quadranti d’orologio, secondo una lunga tradizione familiare che affondava le proprie radici nella secolare industria orologiera di La Chaux-de-Fonds. Ad accorgersi dell’irrequietudine creativa di Jeanneret vi fu un insegnante di quella scuola: Charles L’Eplattenier. A questi anni risale persino il primissimo, se così si può definire, cimento architettonico di Jeanneret: la progettazione di villa Fallet. Infervorato dopo la realizzazione di villa Fallet, Le Corbusier – preso da un’irrefrenabile urgenza creativa – decise di investire il denaro così ricavato in un ambizioso progetto: un viaggio in Italia con cui completare la propria educazione architettonica. Ecco dunque Édouard Jeanneret che parte per l’Italia, senza altro gruzzolo se non quello che ha guadagnato, senza nessun appoggio, tranne se stesso. Uno choc inaspettato, ad esempio, venne sperimentato alla visione della certosa di Ema, monastero trecentesco ubicato al Galluzzo, a sud di Firenze, sulla sommità di un dirupo lambito a valle dal torrente omonimo.

Inestimabile spartiacque della sua formazione, l’apprendistato presso i Perret, durato quattordici mesi, fu vitale per Jeanneret, il quale così ebbe modo di saggiare le potenzialità costruttive del cemento armato, oltre che di assimilare una nuova concezione del costruire, imperniata su una sintesi efficace tra i bisogni autentici dell’uomo e le moderne tecniche edilizie – una notevole presa di distanza, dunque, dai valori dell’ormai distantissima Scuola d’Arte di La Chaux-de-Fonds. Presso Behrens non si fa della vera architettura. Di architettura modernista non se ne fa affatto. Può darsi che ciò sia più saggio – più saggio delle elucubrazioni così poco classiche dei fratelli Perret. Ma essi hanno il vantaggio di ricercare molto sulle possibilità dei materiali nuovi. Profondamente disilluso, dunque, Jeanneret non aveva trovato da Behrens le risposte alle domande architettoniche che lo tormentavano. Fu il caso a dare un decisivo impulso alla sua avventura formativa: Auguste Klipstein, un amico versato nella storia dell’arte, stava infatti preparando una tesi di laurea su El Greco, pittore ben rappresentato soprattutto nelle gallerie di Bucarest e Budapest.

Un viaggio inizialmente concepito in maniera improvvisa, per qualche settimana, finì non solo per prolungarsi per ben sette mesi, bensì per avere un’influenza determinante sulla formazione del nostro. Con la violenza d’un urto, la gigantesca apparizione mi stordì. Il peristilio della collina sacra era superato e, solo e cubico, dall’unico getto delle sue colonne bronzee, il Partenone innalzava il cornicione, questa fronte di pietra. Sotto, dei gradini servivano da supporto e lo tenevano alto con le loro venti ripetizioni. Jeanneret, tuttavia, declinò e decise di fare ritorno nella propria città natale, La Chaux-de-Fonds, dopo tappe a Pompei, Napoli, Roma e Firenze. A causa della fatica a recidere il cordone ombelicale che lo legava ai luoghi e ai compagni dell’infanzia e, al contempo, ad assimilare le tumultuose novità recepite con il Voyage d’Orient, Jeanneret dunque prese la decisione di assumere la cattedra di elemento geometrici, applicazioni diverse all’architettura, esecuzione pratica presso la nuova sezione della scuola d’arte di La Chaux-de-Fonds. Quest’esperienza didattica, tuttavia, fu fallimentare, oltre che di breve durata, e franò sotto il peso dei sabotaggi e delle critiche dei professori più anziani e tradizionalisti, per causa dei quali si diffuse nell’apatica cittadinanza la credenza che tale corso, non certamente compatibile con la serietà della vecchia scuola d’Arte, fosse utile solo a dare vita a bohémien dilettanti, inetti e sfaccendati.