Filosofia del fantastico. Escursione tra i Monti Sibillini, l’Irlanda e la Terra di Mezzo PDF

Questa voce o sezione sull’argomento mitologia è ritenuta da controllare. Segui i filosofia del fantastico. Escursione tra i Monti Sibillini, l’Irlanda e la Terra di Mezzo PDF del progetto di riferimento. Il Guerrin Meschino, scritto da Andrea da Barberino.


Författare: Cesare Catà.

Un viaggio alla scoperta del significato filosofico dell’universo fantastico, delle creature fatate e dell’immaginario umano. Un viaggio che, simile a un’escursione montana, parte dalle cime fitte di leggende dei marchigiani Monti Sibillini per attraversare gli incanti dell’Isola d’Irlanda e giungere nella Terra di Mezzo narrata ne “Il Signore degli Anelli”. Nel prendere in esame il vasto bagaglio leggendario dei Monti Sibillini, e comparandolo con la tradizione fiabesca irlandese e l’universo tolkeniano, l’autore ci conduce verso il senso filosofico che soggiace alle tradizioni popolari e alla cultura fantasy. Così, le storie di fate tramandate nei Monti Sibillini da opere come il “Guerrin Meschino”, si mescolano alle leggende dell’Irlanda occidentale raccolte e studiate da William Butler Yeats e ai personaggi creati da Tolkien, per aprire una porta magica su quel mondo “invisibile agli occhi” che costituisce la parte più profonda e più misteriosa della psiche umana.

La fama della Sibilla era tale che Agnese di Borgogna inviò Antoine de La Sale a visitare la sua grotta il 18 maggio 1420. Da questa visita nasce Il Paradiso della Regina Sibilla, il diario di viaggio nel quale riporta disegni particolareggiati e descrizioni della grotta. Sempre secondo la tradizione locale, fu la Sibilla a provocare un intenso evento tellurico nel paese di Colfiorito, antico nome di Pretare, che distrusse il sito riducendolo ad un mucchio di pietre. Questo avvenne quando le fate rimasero a ballare nel borgo oltre l’orario consentito per il rientro nella grotta. Sono fate la cui storia è indissolubilmente legata alle tradizioni leggendarie e popolari che si originano dalla presenza dell’oracolo della Sibilla Appenninica.

Uscivano prevalentemente di notte e dovevano ritirarsi in montagna prima del sorgere delle luci dell’aurora per non essere escluse dall’appartenere al regno incantato della Sibilla. Secondo le tradizioni locali le fate si recavano a valle per insegnare alle giovani la filatura la tessitura delle lane. Sono descritte come giovani donne di bell’aspetto, vestite con caste gonne da cui spuntavano zampe di capra e che il calpestio dei loro passi ricordava il rumore degli zoccoli degli animali sulle pietraie dei monti. Questa caratteristica del piede caprino è diffusa nei racconti di tutta la zona dei Sibillini. Secondo la leggenda, dopo essere uscite dalla loro grotta, le fate si fermavano presso una stalla per impadronirsi degli equini ed utilizzarli per rapidi spostamenti. Quanto sono belle queste fate, però jè scrocchieno li piedi come le capre. Polia riporta questa frase nella narrazione del racconto in cui descrive l’avvenenza di queste donne ed il desiderio degli uomini di riaccompagnarle presso la loro dimora.

Da questa abitudine delle fate di avere contatti con il mondo che le circondava nasce anche il tema del mito dell’amore che le legava agli uomini. Giuseppe Matteucci porta a conoscenza che il termine “Alcina” , mai utilizzato da Andrea da Barberino nel testo originale, proviene dalla falsificazione del romanzo “Il Guerrin Meschino” . Cesare Catà traccia un parallelismo tra le leggende della Sibilla appenninica, del Tannhäuser germanico e del mito celtico di Oisìn, individuando quello che Claude Lévi-Strauss definisce “mitema”. Santa Maria in Pantano, a Colle di Montegallo, quando, dopo il tramonto, sulle montagne si vedono delle luci che si muovono come se fossero delle persone, individuate come le fate che risalgono i pendii. Le fate sibilline furono demonizzate per lunghi secoli dalle prediche di santi e di frati e costrette a rifugiarsi nelle viscere della montagna e costrette ad entrare a far parte del mondo invisibile.