La visita medica centrata sul paziente PDF

Ragioni e obbiettivi di una la visita medica centrata sul paziente PDF metodologicamente inedita 1. Preceduto dall’umiliante condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo per trattamento inumano e degradante di persone detenute, il quarantennale della riforma dell’ordinamento penitenziario è stato occasione per un ineludibile, sconfortante bilancio.


Författare: Moja Egidio A..

Contributo italiano sulla medicina “centrata sul paziente”, un nuovo modello che allarga i confini del modello tradizionale di medicina. Il testo è corredato da casi clinici, in particolare di colloqui tra medico e paziente, tratti dalla realtà quotidiana negli ambulatori.

Ma se è doveroso ammettere che molto è stato fatto negli ultimi tempi sia a livello legislativo, che amministrativo, lo è altrettanto riconoscere che la realtà carceraria, salvo circoscritte eccezioni, è ancora distante dalle connotazioni e dal compito che alla pena assegna la Costituzione. Ha concorso sicuramente una molteplicità di fattori, dei quali forse è possibile però individuare un denominatore comune: si è preteso di versare il vino nuovo nei vecchi otri – per usare la metafora del sen. Il problema è culturale, prima ancora che normativo. Una profonda azione riformatrice, dunque, non può risolversi nel pur necessario intervento legislativo, ma deve operare anche sui piani, strettamente interconnessi, delle strutture architettoniche, dell’organizzazione del regime penitenziario e della formazione professionale. Ma un’effettiva attuazione del finalismo risocializzativo dovrebbe comportare un deciso spostamento del baricentro della risposta sanzionatoria penale, oggi sostanzialmente incentrata sulla pena detentiva, verso sanzioni di comunità, cioè di esecuzione nel territorio, meno onerose per lo Stato, meno afflittive per il condannato, più efficaci nella prospettiva di una sua riabilitazione sociale. La quarantennale storia del nostro ordinamento penitenziario, dunque, non soltanto dimostra che qualsiasi riforma meramente normativa è destinata a rimanere in gran parte sulla carta, se non vi sono persone e luoghi che sappiano accoglierla. Alla luce di queste consapevolezze, gli Stati generali, volendo perseguire l’ambizioso obbiettivo di dare nuovo senso ed assetto all’esecuzione della pena, hanno ritenuto indispensabile un approccio metodologicamente inedito.

Con il presente Documento il Comitato, avvalendosi del prezioso lavoro dei Tavoli , intende offrire un compendio delle linee di intervento che ritiene più qualificanti per dare un volto nuovo all’esecuzione penale, pienamente rispettoso dei principi costituzionali che informano questa materia e attento a nuove problematiche e a nuove potenzialità, inimmaginabili sino a non molto tempo fa. Non solo perché si è inaugurato un metodo di lavoro imperniato su un network di professionalità, culture, esperienze e linguaggi diversi, che appare l’unico modo per affrontare un problema complesso e poliedrico come quello dell’esecuzione della pena. Ma soprattutto perché pone al centro del dibattito pubblico il tema dell’esecuzione penale. Ciò può contribuire a determinare un copernicano mutamento di prospettiva: dal carcere percepito come la soluzione per tutti i problemi e per tutte le paure sociali, al carcere come problema sociale. Anzi, all’intera esecuzione penale come problema sociale.

Gli Stati generali vorrebbero indurre, invece, la società a guardare, conoscere e capire. Prima di illustrare le principali linee di un auspicabile intervento riformatore, preme precisare quali debbano essere le coordinate costituzionali entro cui si deve iscrivere qualsiasi modello di esecuzione penale e dalle quali l’attuale esorbita per più di un profilo. Affinché il finalismo risocializzativo che deve ispirare tale fase non resti una retorica declamazione, si debbono realizzare una pre-condizione negativa e alcuni positivi presupposti. Ogni vulnus ai diritti inviolabili del condannato, che non derivi dalle restrizioni strettamente indispensabili per la privazione della libertà, ne offende la dignità e preclude ipso facto la possibilità che la pena possa svolgere la funzione rieducativa, essendo impossibile rieducare alla legalità un soggetto illecitamente umiliato nella sua la dignità di uomo. Rispettata questa pre-condizione, la funzione tendenzialmente rieducativa della pena comporta che si realizzino alcune condizioni positive, peraltro strettamente interdipendenti.

Si deve ritenere che il condannato sia titolare di un diritto alla rieducazione. Dalla nostra Costituzione e dalla normativa sovranazionale è possibile desumere una linea di confine invalicabile dal legislatore e dall’Amministrazione penitenziaria nel regolare l’esecuzione penale: niente può mai autorizzare lo Stato a togliere, oltre alla libertà, anche la dignità e la speranza. In questa sede ci si deve limitare a denunciare il rischio di un sistema penale che ha perso la sua connotazione di sussidiarietà rispetto ad altri meccanismi di regolazione dei conflitti e di ricomposizione sociale e che sempre più assume la veste di un intervento punitivo-simbolico, spesso dettato dall’urgenza di risposte emotive a problemi che potrebbero essere altrimenti affrontati. Un’ulteriore considerazione preliminare: l’ideale sarebbe che, come complessivo è stato l’approccio nell’analisi e nella proposta, così sia anche organica e compiuta la traduzione legislativa e organizzativa dell’intervento di riforma. Si è peraltro consapevoli che possono difettare le condizioni politiche per effettuare un intervento di così vasta portata come quello che si propone.

I risultati degli Stati generali si dovrebbero dispiegare essenzialmente su tre piani. Sul piano legislativo, contribuendo, anzitutto, alla migliore attuazione della Delega penitenziaria, ma anche suggerendo novità non riconducibili ai criteri direttivi della stessa. Prioritaria, anzi propedeutica ad ogni altra, è la tematica della dignità e dei diritti. Non vi è rispetto della dignità del condannato senza il rispetto dei suoi diritti, la limitazione del cui esercizio per contro, quando non strettamente indispensabile per l’esecuzione della pena, è un’offesa al suo diritto alla rieducazione. Intimamente connessa con questa prospettiva è quella dei soggetti vulnerabili, locuzione nella quale si vogliono ricomprendere categorie assai eterogenee di detenuti accomunate dal fatto che nell’impatto con la realtà carceraria subiscono, per la loro particolare situazione soggettiva, un quid pluris di afflittività. Per quanto nel Comitato si sia registrato un condiviso orientamento a spostare extra moenia il baricentro dell’esecuzione penale, realismo politico e difficoltà effettive inducono a ritenere che tale operazione non avrà tempi brevi. Di esecuzione esterna si tratta nella quinta Parte del documento, portando la riflessione sul variegato quadro di misure non detentive, introdotte nell’ordinamento penitenziario fin dalla sua origine, e sovente modificate nel corso degli anni, sia in relazione a particolari fasi della vita politica e sociale del Paese, sia in conseguenza di sollecitazioni provenienti dall’Europa.

Il catalogo di tali misure richiede oggi un riordino e un ampliamento, anche mediante la revisione di una serie di automatismi e preclusioni che attualmente ne indeboliscono la portata. Va altresì ripensato il concetto di fondo della pena alternativa al carcere, superando l’idea premiale ad essa spesso connessa, ma piuttosto intendendo la misura di comunità come un percorso di responsabilizzazione del reo e un’opportunità per il reinserimento sociale. Questo implica maggiore attenzione e responsabilità da parte dei territori, cui è richiesto di porre in essere politiche di recupero e di inclusione efficaci. Da ultimo si porta la riflessione sulla sorveglianza elettronica come possibile forma di integrazione di alcune misure non detentive, di cui però non deve far perdere le caratteristiche risocializzanti. La Parte sesta è dedicata alla giustizia riparativa che rappresenta un paradigma di giustizia culturalmente e metodologicamente autonomo, contenutisticamente nuovo, volto ad ampliare la risposta al crimine. Anche sulla scorta di indicazioni sovranazionali, è opportuno che ai programmi e servizi di giustizia riparativa si possa ricorrere in ogni stato e grado del procedimento. Un complessivo disegno di rifondazione della fase dell’esecuzione penale, quello che si propone, sicuramente ambizioso, ma che risulterebbe velleitario se non fosse accompagnato da un profondo cambiamento del modo con cui la società percepisce la funzione della pena.