Letteratura fra due secoli PDF

I secolo Quintiliano doveva amaramente constatare: “sembra che il parlare comune abbia una sua natura, diversa da quella del discorso dell’individuo colto”. VI secolo era ormai diventato un lusso per pochissimi scrivere nel latino classico. Ufficialmente si sosteneva che tale comportamento era dettato dalla persuasione che il volgare fosse letteratura fra due secoli PDF modo di esprimersi rozzo, primitivo, estraneo a qualsiasi regola, da non poter reggere il confronto col latino, che invece era un sistema linguistico perfetto, immutabile, armoniosamente guidato da regole grammaticali.


Författare: Vittorio Roda.

Nella nostra letteratura tra Otto e Novecento si fa strada una nuova modellizzazione dell’io. Il soggetto unitario e centripeto entra in crisi e gli subentra un’umanità dissociata e plurale che avrà il suo massimo interprete in un artista come Pirandello. Ma è soprattutto di Pascoli che si occupa questo libro: analizzandolo nelle sue lacerazioni e dissonanze, spesso affidate ad immagini di “doppio”, ed anche in altri aspetti di non minore interesse.

I primi documenti in volgare erano stati scritti da intellettuali che conoscevano perfettamente il latino, e in genere si riferivano a contratti commerciali, rapporti giuridici, testamenti, regole comuni ecc. La svolta eccezionale della Commedia dantesca fu preceduta da molti tentativi di mettere per iscritto il proprio volgare. Laudi di Jacopone da Todi e al Cantico di frate sole di Francesco d’Assisi, scritte nel dialetto umbro. Francia del nord, poi in Germania e nella penisola iberica, e finalmente anche in Italia, per la precisione in Sicilia, alla corte di Federico II di Svevia, imperatore e re d’Italia dal 1220 al 1250. Doveva essere in quattro libri ma si interrompe al cap. Convivio, scritto in volgare e rimasto anch’esso incompiuto. Il titolo dell’opera riprende la parola convivium, che in latino significava “banchetto”.

Il volgare, invece, era conosciuto da tutti, e tutti avrebbero potuto contribuire a migliorarlo: presto, secondo Dante, esso sarebbe diventato un “sole nuovo” capace di oscurare il latino, destinato a un tramonto inarrestabile. Il primo libro del De Vulgari Eloquentia tratta la natura, l’origine, la storia del linguaggio, la sua differenziazione e distribuzione geografica, la situazione delle lingue romanze e dei dialetti italiani e, in relazione a questi ultimi, la formulazione del concetto di volgare illustre. Dante si occupa degli autori che possono adoperarlo, e poi dei temi, della forma metrica e dello stile che gli si confanno. III e nel IV libro, se mai li avesse scritti. III avrebbe dovuto essere dedicato alla prosa volgare illustre. La lingua orale si apprende per imitazione, quella scritta solo studiandola. Grammatica” e “latino” allora coincidevano, pur essendo la prima una parola d’origine greca indicante una specifica disciplina.

In occidente serviva a distinguere gli intellettuali dagli analfabeti, in grado di parlare solo in volgare. Ogni altro essere vivente al massimo imita il suono della parola umana, senza comprendere affatto il vero significato, se non in maniera elementarissima. La parola serve per capirsi, essendo il nostro spirito racchiuso in un corpo opaco. Chi fu il primo uomo a parlare? Dio non avrebbe neppure avuto bisogno di parlargli.

Agostino alle glosse di Rabano Mauro e Pietro Comestore. E’ la religione a qualificare l’essere umano, precisa Dante: gli animali, non essendo a immagine divina, non hanno religione. Ma quale fu il primo linguaggio usato dall’uomo? Babele, viene dedotta da un dato antropologico universale e considerata, quindi, un fattore naturale. Dopo l’esperienza babelica gli uomini si dispersero in tutto il pianeta. In oriente si formarono le razze e i tre principali gruppi linguistici che caratterizzano l’Europa, basati sulla tripartizione geografica del continente: mondo germanico a settentrione, mondo romanzo a meridione e mondo greco in una via di mezzo tra oriente e occidente. La parte nord dell’Europa andava dalle foci del Danubio alle coste atlantiche della Gran Bretagna.

Dante contrappone al latino, lingua artificiale per eccellenza. Spagna settentrionale, e arriva sino a Genova. Lo dimostra il fatto che ad un certo punto, all’interno di ogni singolo idioma, sono sorte le grammatiche, aventi lo scopo d’impedire l’arbitrio dei singoli. Dante si chiede quale dei tre idiomi europei sia il migliore.

Anche i pugliesi, quando parlano, sono barbari, seppure nello scritto abbiano tradizioni illustri. Guido Guinizzelli a Guido Ghislieri, da Fabruzzo a Onesto. Trento, Torino, Alessandria, troppo influenzate da idiomi non italici, e quindi impure. Dante insomma ritiene che nessuno dei volgari italici possa aspirare a diventare il linguaggio eletto, illustre, comune a tutti i letterati italiani, e tuttavia bisogna avere sul piano linguistico un punto di riferimento comune, onde permettere ad ogni lingua di confrontarsi. La lingua nazionale si sarebbe potuta facilmente avere in Italia – secondo Dante – se ci fosse stata l’unificazione nazionale: in questo caso, alla corte del sovrano si sarebbero riuniti gli ingegni migliori di tutta la nazione, e dal loro contatto quotidiano sarebbe nata una lingua che, senza identificarsi con un dialetto particolare, avrebbe ritenuto il meglio di tutti. Egli lo definisce con quattro aggettivi: “illustre”, “cardinale”, “aulico” e “curiale”. Decisi gli argomenti, ora van decisi i modi di esporli: canzoni, ballate o sonetti?