«Molto più che egli non vede» Giovanni Bellini e Leon Battista Alberti PDF

Oh che dolce cosa è questa prospettiva! Secondo quanto racconta Vasari nelle sue Vite, Paolo Uccello non ebbe altro diletto che d’investigare alcune cose di prospettiva difficili e impossibili, sottolineando il suo «Molto più che egli non vede» Giovanni Bellini e Leon Battista Alberti PDF più immediatamente distintivo, cioè l’interesse, quasi ossessivo, per la costruzione prospettica. Secondo Vasari fu soprannominato “Paolo Uccelli” perché amava soprattutto dipingere animali, e in particolare gli uccelli: avrebbe amato dipingerli per decorare la propria casa, non potendo permettersi animali veri.


Författare: Luca Di Meco.

Saggio di interpretazione iconografica delle “Quattro allegorie”. Questo libro ha due obiettivi: primo, analizzare il rapporto reciproco tra immagine e parola, tra dimensione visiva e dimensione letteraria. Secondo: ricostruire la rete di riferimenti culturali che si trova alla base delle “Quattro allegorie” (Venezia, Gallerie dell’Accademia) di Giovanni Bellini (1438/1440-1516), consentendone una lettura circostanziata e, si spera, finalmente esaustiva per quello che riguarda il loro significato.

Era figlio di un chirurgo e barbiere, Dono di Paolo di Pratovecchio, cittadino fiorentino dal 1373, e della nobildonna Antonia di Giovanni del Beccuto. In questo periodo nacque l’uso del soprannome “Uccello” dovuta all’abilità nel riempire i vuoti prospettici con animali, in particolare uccelli. Le opere di questi anni sono piuttosto oscure, o perché perdute, o perché improntate a un gusto gotico tradizionale che si fa fatica ad abbinare ai lavori della maturità, con attribuzioni ancora discusse. Come i pressoché coetanei Masaccio e Beato Angelico, le prime opere indipendenti dovettero datarsi agli anni venti. Appare evidente come la famiglia della madre dovette avere un ruolo attivo nell’entrata del ragazzo nella scena artistica locale. Non è chiaro se partecipò alle prime storie ad affresco nel Chiostro Verde di Santa Maria Novella, dove invece lavorò con certezza negli anni seguenti. Nel 1427 era sicuramente a Venezia, mentre qualche anno dopo, nell’estate del 1430, è possibile che abbia visitato Roma, assieme a due ex-allievi, come lui, di Ghiberti, Donatello e Masolino.

Alcuni riferiscono a questo periodo l’Annunciazione di Oxford e il San Giorgio e il drago di Melbourne. I committenti fiorentini dovettero mostrare una certa diffidenza verso l’artista rimpatriato, come testimonia la lettera di referenze spedita a Venezia degli Operai del Duomo del 1432, di cui si è già accennato. Nel 1434 acquistò casa a Firenze, testimoniando la sua volontà di lavorare e affermarsi nel panorama cittadino. Fu chiamato a decorare le tre pareti della cappella Paolo Uccello, che dovette iniziare l’impresa tra l’inverno 1435 e la primavera del 1436. Particolarmente significativa è la vertiginosa scalinata nella Presentazione di Maria al Tempio, dove si vede la veloce maturazione delle capacità di rappresentare elementi complessi nello spazio, anche se ancora non sono presenti i virtuosismi di pochi anni dopo. Negli affreschi di Prato un certo isolamento metafisico degli edifici, la gamma cromatica fredda e brillante e soprattutto il curioso repertorio di fisionomie strampalate disseminate nelle storie e nei ondi dei partiti decorativi fanno emergere un’indole stravagante, originale e amante delle irregolarità.

Entro il 1437 il lavoro a Prato è ritenuto concluso, per la presenza di un trittico alla galleria dell’Accademia di Firenze datato in quell’anno, che cita espressamente il San Francesco di Paolo. In quest’opera si firmò, per la prima volta, come “Pavli Vgielli”: non è chiaro in quale circostanze avesse adottato quello che sembra un semplice soprannome come nome vero e proprio, non ultimo in una commissione pubblica di grande importanza e visibilità. Alcuni hanno anche messo in relazione questa scelta con un poissibile legame con la famiglia bolognese degli Uccelli. Nel 1437 fece infatti un viaggio a Bologna, ove resta l’affresco della Natività nella prima cappella di sinistra della chiesa di San Martino. Nel 1442 abbiamo il primo documento che attesta l’esistenza di una sua bottega. 1454 circa attese agli affreschi con Storie dei santi eremiti nel chiostro di San Miniato, solo in parte conservati. Databile tra il 1450 e il 1475 è la tavola con la Tebaide, tema largamente diffuso in quegli anni, e custodita alla Galleria dell’Accademia di Firenze.

Sposò Tommasa Malifici nel 1452 da cui ebbe due figlie, di cui una Antonia suora carmelitana che è ricordata per le sue doti pittoriche ma delle sue opere non è rimasta traccia. Antonia è forse la prima pittrice fiorentina ricordata dalle cronache. Ampiamente dibattuta è l’origine di un nucleo di ritratti di profilo di area fiorentina, databili al primo Rinascimento. In queste opere, in cui si notano mani diverse, si è provato a riconoscervi la mano ora di Masaccio, ora di Paolo Uccello, ora di altri. Sebbene si tratti probabilmente dei più antichi ritratti indipendenti di scuola italiana, al totale assenza di riscontri documentari impedisce una precisa attribuzione.