Partiti e fazioni nell’esperienza politica romana PDF

Il primo giacobinismo dal 1789 fino alla scissione del gruppo dei Foglianti, composto prevalentemente da membri dell’Assemblea nazionale e da nobili di partiti e fazioni nell’esperienza politica romana PDF liberale. Il giacobinismo del ’93, di cui il Regime del Terrore fu diretta espressione, composto esclusivamente dai robespierristi, tra i quali Georges Couthon e Louis Antoine de Saint-Just.


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L’approccio ‘possibilista’ all’esistenza di ‘partiti’ politici nel mondo antico è il filo conduttore della ricerca presentata in questo volume, ideale seguito di “Partiti e fazioni nell’esperienza politica greca” (a cura di C. Bearzot e F. Landucci, Vita e Pensiero 2008). La critica moderna si è soffermata in prevalenza sulla crisi della repubblica per negare o ammettere l’esistenza di formazioni politiche (segnatamente i populares e gli optimates) analoghe agli attuali partiti. Qui si è però voluto indagare il fenomeno dei raggruppamenti politici in uno spettro più ampio sia dal punto di vista temporale (dal III secolo a.C. alla Costantinopoli tardoantica), sia da quello territoriale (Cartagine e la Giudea oltre a Roma), pur tenendo presente che alla fine della repubblica la lotta politica assunse forme singolarmente vicine a quelle partitiche e ideologiche della contemporaneità e che l’avvento del principato le rese subito dopo del tutto obsolete.

Lo stesso argomento in dettaglio: Club dei Giacobini. Si trattava di un’associazione politica il cui scopo era quello di coordinare l’azione parlamentare dei deputati che ne facevano parte. In seguito alla fuga a Varennes di Luigi XVI, nel giugno 1791, i giacobini subirono la loro principale scissione: la maggioranza, ancora fedele alla monarchia, su iniziativa del fondatore del club, Antoine Barnave, fondò un’altra società, il Club dei Foglianti. Sotto la pressione degli eventi, Luigi XVI si rivolse ai più moderati dei leader giacobini per formare il nuovo governo diretto da Jean-Marie Roland, che includeva anche Étienne Clavière e Charles François Dumouriez.

Con la collaborazione dei Cordiglieri, il club dei Giacobini manovrò i sanculotti parigini nelle decisive giornate del 31 maggio e del 2 giugno 1793, che portarono all’arresto dei leader Girondini in seno alla Convenzione. Da quel momento, i giacobini assunsero la guida della Rivoluzione. Nella primavera del 1794 le società affiliate con il club dei Giacobini di Parigi avevano raggiungo la cifra di 5. Tuttavia, l’opposizione sotterranea al regime di Robespierre trovò proprio nel club il suo terreno di coltura. Comune di Parigi, insorto a sostegno di Robespierre e dei suoi colleghi arrestati dalla Convenzione. Se però i giacobini avevano sperato di restare in sella anche dopo la fine della dittatura del Comitato di salute pubblica, scoprirono presto di essersi sbagliati. Il governo termidoriano perseguitò con violenza i cosiddetti “bevitori di sangue”, ossia i giacobini compromessi a vario titolo con il precedente regime del Terrore.

Anche se i giacobini non esistettero più ufficialmente dopo la chiusura del club di via Saint-Honoré, durante gli anni del Direttorio si diffuse il movimento dei cosiddetti “neogiacobini”, esponenti della sinistra radicale extraparlamentare, in buona parte membri del gruppo dirigente sotto il Terrore, scampati alle epurazioni. Tuttavia, i neogiacobini godettero di forti appoggi al di fuori di Parigi, dove in diversi club rivoluzionari la maggioranza degli esponenti proveniva proprio dalle precedenti società popolari affiliate al club dei Giacobini. Il colpo di stato di Napoleone il 18 brumaio fece sfumare i sogni dei “neogiacobini”, che dovettero subire una violenta epurazione – con esecuzioni e condanne all’esilio nella Guyana francese – nel 1801. L’esempio del club dei Giacobini fu imitato da numerose associazioni politiche in quasi tutta l’Europa durante l’età rivoluzionaria.

La loro azione contribuì a diffondere gli ideali rivoluzionari nei diversi paesi europei e, in alcuni casi, a facilitare i movimenti insurrezionali per il rovesciamento dei regimi preesistenti o la penetrazione delle armate francesi. La vicinanza con la Francia favorì qui il diffondersi di numerosi club giacobini durante l’occupazione militare di Dumouriez. Tuttavia, i commissari politici francesi utilizzarono i club principalmente allo scopo di manovrare i referendum locali per l’annessione del paese alla Francia, provocando forti ostilità, al punto che lo stesso Dumouriez farà successivamente chiudere tutti i circoli giacobini nel Belgio. Sotto la pressione delle vicende politiche e militari in Belgio, i club giacobini nei Paesi Bassi si diffusero velocemente. Solo ad Amsterdam, nel 1794, si contavano 24 circoli politici, per un totale di circa duemila affiliati. Il Club Elevetico nato a Parigi nel 1789 riuniva i principali esponenti rivoluzionari di nazionalità svizzera, a esclusione dei ginevrini, che ebbero un’esperienza separata da quella del resto del giacobinismo svizzero. A Ginevra, infatti, nel 1793 i giacobini assunsero il potere, introducendo il suffragio universale e abolendo il sistema feudale.

L’esperienza giacobina tedesca fu fortemente legata alle vicende militari della Rivoluzione. Si consolidò infatti durante l’effimera esperienza della Repubblica di Magonza, dove nacque il primo club giacobino, con circa 500 affiliati, in buona parte intellettuali, funzionari, artigiani e piccoli commercianti. I giacobini polacchi ebbero un ruolo decisivo nel colpo di stato che portò all’emanazione della Costituzione polacca di maggio nel 1791, che prevedeva una monarchia ereditaria a sostegno dell’autonomia della Polonia dai suoi potenti vicini. Nel Regno Unito numerosi club, come la “Society for Constitutional Information” o la “Sheffield Constitutional Society”, arrivarono a contare migliaia di iscritti, a stabilire una corrispondenza con molti altri club provinciali e a diffondere le notizie relative agli avvenimenti in Francia.

L’Italia fu il territorio europeo in cui l’influenza del giacobinismo francese risultò più forte. Ciò fu dovuto soprattutto alla presenza delle armate francesi nella penisola durante la Campagna d’Italia di Bonaparte e negli anni successivi, fino al 1799. In questa città ligure sottoposta al governo francese fu nominato commissario rivoluzionario Filippo Buonarroti, giacobino della prima ora, già attivo in Corsica, che a Oneglia riuscì a far convergere numerosi giacobini italiani per imbastire diversi complotti contro i governi della penisola. L’ala radicale del giacobinismo italiano ebbe comunque modo di farsi sentire in due occasioni, al di fuori dell’influenza egemonica dell’armata napoleonica: l’esperienza della Repubblica Romana tra il 1798 e il ’99, e quella della Repubblica Napoletana nel 1799. Questa considerazione è in parte respinta da Mona Ozouf, secondo la quale il concetto di salute pubblica risale in realtà già all’assolutismo monarchico. Ciò spiega anche perché il giacobinismo non fu l’ideologia di un partito, e perché il Club dei Giacobini non assunse mai la forma di un partito nel senso moderno del termine. Il giacobinismo è sopravvissuto a lungo alla sua fine storica, che viene canonicamente fissata al 1800.

Quello che Vovelle ha definito giacobinismo trans-storico ha infatti alimentato le vicende politiche della Francia e, in parte, anche del resto d’Europa. La diffusione del comunismo su scala europea, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, alimentò le ipotesi di una sua discendenza dal giacobinismo. Nell’ambito politico contemporaneo, il giacobinismo è diventato un termine di incerta caratterizzazione. Salvadori, “Il giacobinismo come ‘paradigma’ ideologico-politico”, in Enciclopedia Treccani delle Scienze Sociali, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma, 1994. Albert Soboul, Storia della Rivoluzione francese. François Furet, “Giacobinismo”, in François Furet e Mona Ozouf, Dizionario critico della Rivoluzione francese, Bompiani, Milano, 1989, p. Mona Ozouf, “Giacobinismo”, in Enciclopedia Treccani delle Scienze Sociali, cit.

Manuale di storia del pensiero politico, Il Mulino, Bologna, 2001, p. Patrice Gueniffey, La politique de la Terreur, Gallimard, Parigi, 2003, p. Le interpretazioni della rivoluzione francese, p. Luciano Guerci, “Georges Lefebvre”, in Bongiovanni e Guerci, op. Gian Carlo Jocteau, “Antonio Gramsci”, in Bongiovanni e Guerci, op. Bruno Bongiovanni, “Giacobinismo”, in Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino, Dizionario di politica, vol.