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In origine, prima dell’affermarsi del toponimo Terra di Lavoro, la regione era identificata con per una cultura di pace in Terra Santa PDF nome di Liburia. Secondo un’altra versione, invece, l’origine del nome Liburia è da individuarsi nel gentilizio Libor, probabilmente divenuto Labor per un errore di trascrizione o per una distorsione fonetica.


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La sua estensione rappresentava in gran parte i territori della Campania antica, come il Principato di Capua, il Ducato di Napoli, il Ducato di Gaeta e il Ducato di Sorrento. Naturalis Historia, scritta tra il 23 ed il 79 d. Dopo Plinio il Vecchio, però, il toponimo sembra cadere in disuso, poiché scompare dai documenti almeno fino al VII o VIII secolo, quando ricompare in un atto di donazione la cui datazione, però, è oggetto di disputa. Nell’XI secolo, al toponimo Liburia, si sostituisce quello di Terra Laboris.

Una prima traccia di questa nuova denominazione si trova in un documento del 1092, sulla cui originalità, però, è stato avanzato qualche dubbio. Si tratta di una donazione di terre dal comes Casertae Goffredo a sua figlia Rachilde. Interessante, anche se non avvalorato da alcuna base documentale, è il tentativo di Flavio Biondo di individuare i passaggi che portano al mutamento toponomastico da Campania a Liburia e da Liburia al successivo Terra di Lavoro. In sostanza i toponimi Leboria e Campi Leborini sono strettamente connessi, derivando l’uno dall’altro. Lo stesso argomento in dettaglio: Campania antica.

Nell’antichità, gran parte della Terra di Lavoro veniva denominata Campania felix, dove felix stava a indicare l’opulenza e fertilità della regione. Il toponimo Campania, risalente al V secolo a. L’ipotesi più accreditata è che esso derivi dal nome degli antichi abitanti di Capua. Il territorio della Terra di Lavoro venne a far parte nella suddivisione augustea della Regio I. Lo stesso argomento in dettaglio: Langobardia Minor e Impero bizantino. Dal VII secolo la denominazione Liburia o Liguria venne accostata ad una buona porzione del Ducato di Napoli.

Il Duca di Napoli, nell’anno 715, sottrasse Cuma ai Longobardi, occupando anche le terre leboree che da allora vennero indicate come Liburia Ducalis, seu de partibus militiae. Nola, di Acerra, di Suessola e di Avella furono, per consuetudine, denominati Laborini. In definitiva, in epoca Longobarda, la zona denominata Liburia si estese ai territori immediatamente circostanti e, poi, alla fine dell’XI secolo, in epoca normanna, a quella che verrà indicata come Terra di Lavoro durante il Regno di Sicilia. Lo stesso argomento in dettaglio: Principato di Capua.

In epoca medievale, il territorio divenne la sede del potente Principato di Capua, entità statale autonoma sotto il dominio, prima, longobardo e, poi, normanno fino al 1059, anno della sua definitiva annessione al Regno di Sicilia. Lo stesso argomento in dettaglio: Giustizierato. Nel 1221, Federico II di Svevia, che già da tempo cercava di contenere il potere feudale a favore di quello regio, istituì il Justitiaratus Molisii et Terre Laboris, uno dei distretti amministrativi, i giustizierati appunto, in cui erano suddivisi i territori del regno. Con la costituzione del giustizierato, il toponimo Terra di Lavoro diveniva la denominazione ufficiale di un distretto amministrativo plurisecolare, che sarebbe stato soppresso solo nel XX secolo. Inoltre, quelli che fino ad allora erano stati dei confini piuttosto variabili, subirono una prima definizione formale.

Nel XIII secolo, in epoca Sveva, si ebbe la massima estensione della Terra di Lavoro, che comprendeva il territorio del Regnum racchiuso tra il Tirreno, la dorsale appenninica, il fiume Sarno e la fascia meridionale della valle Roveto. Con la legge 132 del 1806 Sulla divisione ed amministrazione delle province del Regno, varata l’8 agosto di quell’anno, Giuseppe Bonaparte riformò la ripartizione territoriale del Regno di Napoli sulla base del modello francese e soppresse il sistema feudale. URL consultato il 15 agosto 2010. VI, Caserta, Società di Storia Patria di Terra di Lavoro, 1978-79, pp. Francesco Antonio Grimaldi, Annali del Regno di Napoli: Epoca II, vol. Napoli, Giuseppe Maria Porcelli librajo, p.