turbamenti di un giovane notaio PDF

Turbamenti di un giovane notaio PDF la libertà tutto è possibile, senza libertà tutto è perduto. Nei suoi primi anni di vita l’educazione venne lasciata in mano alla madre, donna di gusti estremamente semplici e casalinghi, dolce e sensibile, verso la quale il figlio avrebbe sviluppato un legame profondo e un affetto duraturo, che andava a compensare il rapporto distaccato col padre. Nel 1911 la famiglia si trasferì dal Quirinale, considerata una reggia troppo sfarzosa, nella più raccolta Villa Ada, circondata da ampio parco che la rendeva quasi un doppione del paesaggio agreste di san Rossore.


Författare: Pietro Zanelli.

Anni dopo Umberto avrebbe commentato così: Io stesso credo di aver dato il segno di non aver gradito il peso, ma allora nella mia casa si usava così. A nessuno sarebbe mai passato per la mente di farmi diventare un buon uomo di scienza o un esperto giurista. I Savoia erano re soldati e si preparavano fin da bambini a questo destino. Con mio padre avevo contatti normali nell’ambito di questa educazione. Nessuna scuola pubblica per l’erede, ma una decina di precettori coordinati da un militare: se un tipo di educazione simile poteva essere anche considerata accettabile nel 1880, dopo oltre trent’anni era del tutto anacronistica e fuori dai mutamenti pedagogici e sociali nel frattempo occorsi:. Nel programma didattico ideato dall’ammiraglio Bonaldi per l’erede sabaudo non poteva mancare una buona istruzione marinara come parte della preparazione militare.

Pochi mesi dopo il rientro in Italia, Umberto, che doveva prepararsi all’ingresso nella prima ginnasiale, il 29 agosto 1914, si imbatté con Adolfo Taddei, che lo seguirà nei suoi studi di italiano, latino e greco per otto anni. Secondo la prassi per ogni principe ereditario, Umberto compie una rapida carriera militare, frequentando la Scuola militare di Roma dal 1918 al 1921 e divenendo generale dell’esercito. Dopo il 1925 si stabilisce nel Palazzo reale a Torino dove fino al matrimonio conduce una vita spensierata. Il 24 ottobre 1929, mentre si trovava a Bruxelles nel giorno del fidanzamento con Maria José, Umberto fu vittima di un attentato. Fernando De Rosa, uno studente italiano residente a Parigi, gli sparò un colpo di pistola, mancandolo, mentre il principe deponeva una corona presso la Tomba del Milite Ignoto. L’8 gennaio 1930, nella Cappella Paolina del Quirinale, si sposa con Maria José, principessa del Belgio.

Secondo la leggenda sarebbe un matrimonio d’amore, ma la storia sarà comunque contrastata a causa dei diversi interessi culturali, politici e sociali e soprattutto dal divario fra le due educazioni ricevute. Umberto II di Savoia e Maria José del Belgio il giorno delle nozze. Terminato il viaggio di nozze, i coniugi rientrarono a Torino il 2 febbraio, occupando gli appartamenti di Vittorio Emanuele II e della regina Maria Adelaide al Palazzo Reale di Torino. Maria José era figlia di due genitori espansivi, interessati alla cultura contemporanea e molto informali, almeno nell’ambito familiare.

A Torino c’erano poche, o nessuna, cure intellettuali. La nobiltà torinese si rovinava in balli per il principe. Mentre Umberto continuava la sua vita da ufficiale, trascorrendo la mattinata e buona parte del pomeriggio in caserma, per tenersi impegnata la principessa seguì un corso di crocerossina e organizzò concerti a Palazzo reale, oltre a seguire attività caritatevoli, quando gli impegni ufficiali non ne richiedevano l’attenzione e la presenza. In proposito il futuro partigiano Enrico Montanari scriverà un libro di memorie, in cui narra d’esser stato corteggiato nel 1927 da Umberto, che gli avrebbe regalato un accendisigari d’argento con incisa la scritta “Dimmi di sì! Alla fine quell’ambiente ipocrita e malevolo colmò la notevole pazienza di Umberto e una voce in particolare fece decidere al Sovrano di trasferire in altra sede il figlio, promosso generale di brigata nel febbraio 1931: Vittorio Emanuele scelse personalmente Napoli, città leale alla monarchia e in cui egli stesso aveva trascorso gli anni da Principe Ereditario. La principessa di Piemonte in questo periodo poté contattare, tramite l’amico Umberto Zanotti Bianco, prima Benedetto Croce e poi altri esponenti dell’alta società avversi al Fascismo, come lo stesso arcivescovo Alessio Ascalesi: Umberto lasciava fare, senza favorire o dissuadere la moglie.

La gravidanza, nei primi mesi, venne sommersa di voci maliziose su una sua possibile origine non naturale: si disse che era frutto di inseminazione artificiale, richiesta per l’inabilità di Umberto a procreare, pratica allora non ortodossa e guardata con sospetto. Umberto nello stesso periodo venne nominato comandante di divisione, assumendo il comando della Volturno, e poi membro del consiglio dell’esercito, ma questo non cambiò la sua situazione di escluso dall’ambiente politico che decideva, tanto che della prossima campagna d’Etiopia lo seppe da Italo Balbo. Il governatore fresco del successo personale della crociera atlantica, offrì agli ospiti sorvoli aerei della Tripolitania e, nella sua residenza, il castello di el-Serai, il proprio punto di vista e i propri dubbi sul regime e sulla sua scarsa preparazione militare. In Libia, Balbo ci parlò in modo molto scettico riguardo al regime e a Benito Mussolini. Il 2 ottobre Mussolini dichiarò guerra all’Etiopia, e l’11 scattarono le sanzioni della Società delle Nazioni, cui il regime rispose con la “Giornata della fede”, sotto lo slogan dell'”oro alla Patria”. Nonostante lo scetticismo personale, Vittorio Emanuele III desiderava che anche il figlio prendesse parte alla campagna militare, ottenendo in tal modo un po’ di gloria e prestigio, come fecero e avrebbero fatto per tutta la durata delle operazioni gerarchi di ogni grado, ottenendo encomi e medaglie non sempre meritate. Napoli, ricevette in compagnia della moglie Primo Carnera.

Il 12 febbraio 1937, alle 14:30, nacque l’atteso erede maschio cui venne imposto il nome del nonno, e a seguire molti altri, di carattere dinastico o familiare. Nel settembre del 1937 Mussolini in visita in Germania restò affascinato dalla potenza che sprigionava il regime nazista: a novembre firmò il patto anti-Comintern e a dicembre uscì dalla Società delle Nazioni. Nell’aprile del 1938 la crisi tra corona e regime toccò il suo punto più alto, con il colpo di mano della creazione del grado di primo maresciallo dell’Impero: Starace e Ciano fecero approvare di sorpresa prima alla Camera, per acclamazione, poi al Senato, questo nuovo grado, attribuito sia al Re sia al Duce, il che li equiparava di fatto, e violava gravemente i Poteri Regi. Di lì a poco si ebbe la visita di Hitler e del suo seguito a Roma: la corte si dimostrò palesemente antinazista, e i capi del nazismo avversi alla monarchia, con uno scambio di battute di scherno dall’una e dall’altra parte. Un documento del Foreign Office britannico attesta che il 26 settembre Umberto avrebbe dovuto rinunciare ai propri diritti come erede al trono in favore del figlio con un documento da consegnare a un “avvocato di Milano” di cui non si conosce il nome, forse un politico del periodo pre-fascista. Il 1º settembre 1939 la Germania invase la Polonia, due giorni più tardi entrarono in guerra Francia e Inghilterra, l’Italia dichiarò la propria non-belligeranza e tutti coloro che erano antitedeschi iniziarono ad avere contatti sempre più fitti, scambiandosi informazioni e opinioni.

Il 22 febbraio 1940 si ebbe un nuovo colloquio tra Ciano e Umberto, dove questi, a detta del genero del Duce si mostrò molto antitedesco e convinto della necessità di rimanere neutrali. Scettico – impressionantemente scettico – sulle possibilità effettive dell’esercito nelle attuali condizioni -che giudica pietose- di armamento. Il 9 aprile 1940 la Germania invase Danimarca e Norvegia e il 24 Pio XII e Paul Reynaud chiesero ufficialmente a Mussolini di non entrare in guerra. Sei giorni dopo il pontefice incontrò i principi di Piemonte in Vaticano e con un modo di fare affettuoso e paterno iniziò subito la conversazione. Insistette soprattutto sul pericolo del nazismo e delle persecuzioni religiose. Umberto di Savoia, insieme a Benito Mussolini.

Il 29 maggio il duce annunciò ai vertici militari la sua decisione irrevocabile di entrare in guerra a fianco della Germania, nonostante i più fossero contrari e Umberto esprimesse al padre tutta la sua contrarietà: Gli dissi che non si poteva andare avanti rassegnati verso la catastrofe, che bisognava fare qualche cosa. Nei mesi successivi il fronte greco-albanese mostrò l’inadeguatezza dell’esercito italiano e, a fronte dei rovesci e degli insuccessi, Umberto chiese di essere mandato in visita d’ispezione, cosa che Mussolini rifiutò, preferendo scegliere per l’occasione alti esponenti del partito, come Ciano, Farinacci, Bottai e infine sé stesso, nel marzo 1941. Mentre i successi germanici iniziavano ad arrestarsi Umberto nascondeva sempre meno la propria radicata avversione ai nazisti, come si apprende da Ciano, sempre più presente nell’entourage del principe. A fine ottobre, durante una battuta di caccia con von Ribbentrop, questi, con il genero del duce, definì espressamente Umberto come ostile, dopo aver affermato che a corte “si intriga”. A sintetizzare tutta la situazione, con i pro e i contro e un giudizio valido anche per gli avvenimenti futuri, fu ancora Caviglia nel suo diario, riportando un proprio colloquio con De Bono: Umberto non accettava sia perché aveva già delle armate assegnate, sia perché si sarebbe trovato gerarchicamente agli ordini dei tedeschi, cosa che Caviglia trovava anche accettabile.

Eppure il maresciallo era d’idea che il principe dovesse andare lo stesso in Russia, così da farsi “fama di buon soldato. Mack Smith gli riconosce “idee politiche piatte e convenzionali, ma non reazionarie disposto a imparare”. Probabilmente fu anche per blandire il principe, oggetto e soggetto di tante voci, che Mussolini lo propose per la nomina di maresciallo d’Italia, nomina che venne ratificata il 28 ottobre 1942, anniversario della Marcia su Roma. Nonostante questo Umberto continuò ad affiancare i propri impegni ufficiali con i frequenti contatti con gli oppositori del regime e con militari come Badoglio e Vittorio Ambrosio, da poco nominato nuovo capo di stato maggiore generale. Il 2 febbraio del 1943 nacque al Quirinale l’ultimogenita dei principi di Piemonte, Maria Beatrice, il cui atto di nascita venne rogato il 4 febbraio da Ciano, che scrisse sul suo diario di aver avuto un breve colloquio con Umberto, che “vede le cose con molta esattezza. Vittorio Emanuele III non gradiva affatto l’attivismo politico del figlio e della nuora. Nella primavera del 1943 Maria José facilitò un incontro tra Ivanoe Bonomi e il marito, che egli raccontò nel suo Diario di un anno: “gli dico che bisogna puntare su un generale, Badoglio o Caviglia.

Lui dice di preferire Badoglio, perché Caviglia è troppo vecchio Ma alla proposta di andare tutti dal re per spingerlo a decidersi, Umberto di nuovo tentenna. Tra marzo e aprile del 1943 Umberto ebbe un colloquio con il cognato Filippo d’Assia, che si concluse con la comune intenzione di chiedere a Hitler una pace prima che la situazione ancora peggiorasse. Il 22 luglio, dalla sede del comando delle armate Sud, che si trovava a Sessa Aurunca, Umberto tornò a Roma dove, l’indomani, incontrò il duca Acquarone e il cugino Aimone di Savoia-Aosta, e in seguito tornò a Sessa e qui venne sorpreso dal voto del Gran consiglio e dalla successivo arresto di Mussolini. Il 26 luglio Umberto partì per Roma all’alba e nella mattinata incontrò di nuovo Acquarone, il cugino Aimone e il generale Sartoris, che lo resero edotto sugli ultimi avvenimenti, sui quali il re diede la sua versione durante il pranzo, a cui lui e Maria José erano invitati. Probabilmente insoddisfatto dai colloqui, ebbe di nuovo un incontro nel pomeriggio con Acquarone, cui seguì uno con Roatta e Ambrosio. Il 4 agosto festeggiò il compleanno della moglie che, tre giorni dopo, venne mandata con le bambine per ordine di Vittorio Emanuele III nel castello di Sant’Anna di Valdieri in Piemonte, ufficialmente per motivi di sicurezza, ma in realtà perché l’attivismo politico e di stampo liberale di Maria José erano invisi al sovrano e a Badoglio. Lo stesso argomento in dettaglio: Proclama Badoglio dell’8 settembre 1943, fuga del re Vittorio Emanuele III e mancata difesa di Roma.